Pensieri sparsi

Covid e volontariato

A Marzo 2020 siamo entrati tutti dentro il “periodo Covid”. Quello ufficiale, brutto, che ci ha praticamente chiusi in casa.

Io sono sempre stata bene a casa, forse anche perché abito fortunatamente in un posto con tanta campagna, ho una casa grande e un bel giardino dove la mia tata si diverte e passa il tempo. Come tutti però credo di aver sofferto di un generale senso di impotenza e sopratutto la consapevolezza che, sebbene fossimo tutti nella stessa tempesta, di certo, ognuno aveva la propria barca. Barche profondamente diverse fra loro.

Sono semplicemente una persona fortunata, non facoltosa, quindi quando mi sono chiesta che cosa potessi fare, ho dovuto escludere automaticamente una donazione perché, lo ammetto, dato il particolare periodo ho preferito mettere da parte, per quanto possibile, in vista di tempi duri.

Che cosa avevo dunque da offrire? Spazio.

Per chi potevo farlo? Per le persone ricoverate, che magari avevano un animale domestico, di cui non potevano occuparsi temporaneamente. Ho quindi chiamato il canile della mia zona e ho dato la disponibilità a fornire uno stallo per un cane maschio, previa verifica di compatibilità con la mia tata.

Quando avevo quasi dimenticato la cosa, sono invece stata contattata; non per uno stallo, ma per un aiuto da dog sitter.

Entrambi i ragazzi erano risultati positivi al Covid, quindi non potevano uscire. Vivevano in appartamento, con un cane, senza giardino. Li aiutava nella gestione la sorella che però, obiettivamente, non riusciva ad andare da loro le 2-3 volte al giorno necessarie per portare fuori il cane anche solo per i bisogni….poi, come ben sappiamo, il cane ha bisogno di più e per quei ragazzi, come per tanti altri, il pagare un dog sitter non era una spesa affrontabile.

Non era quello per cui avevo dato la disponibilità. Nella mia mente pigra, io mi immaginavo a dare ospitalità ad un cane, che avrebbe giocato con la mia e che avrei portato fuori con lei. Quindi senza dispendio ulteriore di tempo rispetto a quello che già utilizzavo per la gestione di Aika.

Invece alla fine, anziché spazio, ho donato tempo.

Davvero è stato tempo perché questo cagnolino maschio non andava assolutamente d’accordo con i cani di taglia grande, quindi portarlo fuori con la mia tata era impossibile. Io fortunatamente ho sempre continuato a lavorare ad orario ridotto, per cui dalle 9 alle 13 lavoravo, rientravo per pranzo a casa, uscivo di corsa per portare fuori prima un cane e poi l’altro. Tra le passeggiate e gli spostamenti, sebbene i ragazzi fossero vicini a casa mia, uscivo alle 14.30 e rientravo verso le 18.00, con camminate di 1 ora, 1 e mezza cadauna.

Sinceramente un po’ di paura ce l’avevo…. non si capiva ancora se i cani potessero o meno trasmettere il Covid, ma devo dire che i ragazzi sono stati bravissimi: hanno destinato un collare e un guinzaglio al mio solo uso e lo lasciavano fuori casa di modo da non toccarlo. Io andavo con mascherina e guanti, ma comunque sia quando prendevo che quando lasciavo il tato avevamo in mezzo a noi un intero pianerottolo, per cui non siamo mai venuti in contatto.

Grazie a questa esperienza ho imparato che il volontariato non è facile e nemmeno il dog sitting, che è una vera e propria professione che è giusto venga pagata. Confesso che, sebbene fossi abbastanza allenata prima del lockdown, inizialmente mi è pesata un po’ anche fisicamente questa nuova routine, inoltre temevo ripercussioni a livello lavorativo.

Per correttezza verso la società per cui lavoro ho dovuto informarli che avrei fatto questo tipo di volontariato: loro non si sono certo detti contrari e non mi hanno assolutamente impedito nulla, ma va da sé che erano visibilmente preoccupati dato che, essendo la prima ondata, davvero si sapeva molto poco sulla diffusione e la cura del Covid-19. Per non parlare della mia famiglia che invece ha ben espresso le proprie ansie su una pandemia che sembrava solo al suo inizio.

Mi risuonavano nelle orecchie quei moniti che spesso si sentono quando udiamo di italiani sequestrati in zone estere pericolose andati lì a far volontariato senza alcuna competenza specifica; moniti del tipo “se sei un medico e vai in Congo e ti rapiscono, io il riscatto lo pago; ma se non hai competenze e vai in Congo a far volontariato perché fa più figo anziché andare alla mensa dei poveri del tuo paese, allora sei un idiota”. Mi risuonava in testa questo perché era d’obbligo considerare la propria responsabilità nel mantenersi quanto più in salute possibile, senza sovraccaricare in alcun modo il sistema ospedaliero. Ciononostante, si poteva perdere un’assistenza sociale in nome di ciò e negare un aiuto seppur minimo nel proprio piccolo?

Beh, io non mi sono sentita un’idiota ed è stata un’esperienza che mentalmente mi ha fatto stare bene sia per l’aver potuto aiutare in minima misura, sia perché mi ha ridato fiducia nelle persone: i ragazzi che ho aiutato sono stati davvero esemplari, non si sono mai approfittati della situazione e hanno mantenuto tutte le norme igienico-sanitarie dovute. Questo, in un momento in cui ogni telegiornale ci dipingeva come un popolo di persone indisciplinate che pensano sempre e unicamente al proprio tornaconto e alle proprie esigenze, mi ha fatto davvero bene. Ricordare e avere la riprova che ci sono ancora persone buone, persone disposte ad aiutare (e non mi riferisco a me, ma a chi davvero si è fatto in quattro/otto in questo periodo), fa bene all’anima.

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